Per i brand è tempo di dire da che parte stanno

Se la nostra storia dovesse diventare un libro, quel libro avrebbe per copertina quella scelta il giorno di Natale del 2006 dal TIME: un computer con la scritta “You.” sul monitor e poi il sottotitolo “Sì, tu. Tu controlli l’era dell’informazione. Benvenuto nel tuo mondo”. Facendo un salto in avanti fino ai nostri giorni, le controversie sulla scelta del settimanale a stelle e strisce fanno un po’ ridere.

Perché a 11 anni e qualche giorno da allora, è un dato di fatto che se una volta l’unica unità di misura del valore erano i dati sulle vendite, oggi il valore è in parte tornato alla sua connotazione più originaria, mettendosi a ballare con l’etica, la politica e così via.

Alzino la mano quei brand che non hanno provato – a loro spese e dei content manager – l’ebbrezza di essere “blastati” per una campagna o un’intervista rilasciata. E a poco valgono i tentativi di chiarire agli utenti che si tratta solo di tono di voce e posizionamento.

E se consideriamo che vi è una minore partecipazione alla politica sul territorio da parte delle nuove generazioni più una contemporanea crisi che stanno vivendo le istituzioni politiche di mezzo mondo, la somma di questa addizione ci dice che non è così sorprendente quanto è saltato fuori da una recente ricerca firmata dalla Sprout Social di Chicago, USA.

In sostanza, gli utenti statunitensi ne hanno abbastanza di marche che si tengono a distanza dal teatrino della politica e chiedono una posizione forte e decisa sui temi più sensibili. Che poi sia un risultato dovuto anche a un Paese spaccato a metà, può essere. Ma dando un occhio ai risultati, si può pensare che quel vuoto che la politica ha ignorato o indebolito – parliamo dei corpi intermedi – le persone lo vogliano riempito e riempito da quei soggetti con cui hanno confidenza giornaliera: le aziende, di cui acquistano prodotti e servizi.

C’è molto di più rispetto a quello che ci aspetteremmo leggendo solo feedback e recensioni sul nostro browser. Quello che gli utenti immaginano è che gli attori economici dicano da che parte stanno quando si tratta di diritti umani, tutele del lavoro, povertà, sanità: insomma, quel territorio che è stato sempre appannaggio del potere pubblico e dei partiti. Nei quali gli elettori si riconoscono a fatica.

Da qui a dire che questo possa aprire a un futuro di aziende-partito è fantapolitica da lasciare agli eredi di Philip K. Dick (del resto, tutti sanno quanto grande anche oggi sia il peso delle lobby a Washington). Ma che le aziende debbano cominciare ad alzare la loro asticella, scordandosi che il loro valore dipenda solo dalle cifre in bilancio annuale, è un punto fermo (come avevamo già scritto). 

Fonte Brand News – Intelligence

Giovedì 18 gennaio 2018

Red Point Team

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