Questione di punti di vista

Quando la felicità l’organizza l’azienda.

Questa storia ha un luogo di nascita e un protagonista. Nel primo caso si tratta del Googleplex di Mountain View, California, dove si sviluppa il più importante motore di ricerca del pianeta; nel secondo caso, il nostro personaggio è Chade-Meng Tan, classe 1971, professione Jolly Good Fellow. Tan – che ha lasciato Google nel 2015 – per anni ha tenuto lezioni di meditazione all’interno dell’azienda di Brin e Page. I suoi corsi sono stati talmente popolari a Mountain View da creare delle liste d’attesa chilometriche e la loro fama è cresciuta al punto da portare Tan a scrivere un libro, uno dei maggiori best seller del New York Times: Search Inside Yourself. Persino l’ex-presidente Carter e il Dalai Lama Tenzin Gyatso sono rimasti affascinati dal lavoro di Tan.

Il caso-Tan ha fatto il giro del mondo così come il giro del mondo lo ha fatto Tan, passando da una TED Conference all’altra e ha causato un vero stravolgimento nelle politiche aziendali consolidate. Oggi quel Jolly Good Fellow è divenuta una figura professionale ben precisa, lo Chief Happiness Officer. Si tratta di un ramo delle care e vecchie risorse umane dedicate a progettare tutti quegli interventi che possono migliorare il morale e la soddisfazione dei dipendenti. Per quanto appaia un ruolo scontato, il fatto che sia emersa una figura specializzata implica il riconoscimento che non sia più possibile dare estemporaneità al monitoraggio e alla cura dello stato psico-fisico dei lavoratori: occorre, invece, organizzare azioni a medio-lungo termine per favorire la qualità del lavoro prodotto e ridurre i rischi che i dipendenti possano scegliere di lasciare l’azienda, prima o poi. Riuscire a trattenere il personale più qualificato, evitare la fuga di informazioni e di esperienze, non passa più per il solo miglioramento delle condizioni economiche: a parità di offerta lavorativa, sono le condizioni umane a spostare l’ago della bilancia.

Nonostante i cognomi Tan, Lim, Kjerulf, Jutard o McDonald (quel McDonald, ufficialmente il primo CHO degli Stati Uniti) siano sulla bocca di tutti al di là dell’Atlantico, sarebbe disonesto non dire che la cosa potrebbe anche essere sfuggita di mano. La ricerca della felicità a tutti i costi ha comportato un’invasione nella privacy dei dipendenti da parte dei responsabili delle risorse umane, e ci sono casi di realtà che hanno persino obbligato il personale a fare una pausa caffè di 15 minuti, una volta scoperta che l’interazione davanti alla macchinetta migliorava le performance aziendali. Si tratta di eccessi che il prof. McCloskey (Università dell’Illinois) ha definito con il neologismo di Happyism (in italiano, felicismo): «Le aziende non devono dirsi value-driven se il loro unico scopo resta quello di massimizzare la loro bottom line. [Quella della CHO] È un tentativo interessante di creare un ambiente dove le persone siano contente del proprio lavoro e di migliorare giorno dopo giorno facendo qualcosa d’importante. Ma c’è molto di più del profitto nelle relazioni fra persone».

Migliorare la felicità dei dipendenti è meritevole, ma arrivare sino a progettare la loro felicità?

Red Point Team

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