Responsabilità Sociale

Social Washing

La centralità acquisita dalla responsabilità sociale nell’economia di libero mercato non deve far credere che sia tutto rose e fiori. Agganciare la propria attività imprenditoriale alla gamma di valori che la responsabilità sociale porta con sé, non può essere un mero calcolo economico. La svolta va vissuta e progettata come un punto di non ritorno, chiudendo i conti con quei business che nulla hanno a che fare con la nuova direzione intrapresa.

Che la responsabilità sociale abbia ora acquisito una sua più precisa collocazione e sia sostenuta da una consolidata letteratura scientifica, significa anche che fette del mercato sono interessate a comunicare la dimensione sociale della propria azienda pur in assenza dei requisiti corretti. In questo caso si parla in maniera dispregiativa di “social washing”. È una delle conseguenze che la crisi finanziaria e politica ha portato con sé. Fiutando il desiderio degli individui di qualcuno o di qualcosa che si facesse promotore di quei valori che le istituzioni classiche non sono state capaci di realizzare o di difendere, alcune aziende hanno progettato azioni orientate a comunicare che la concretizzazione di tali valori erano il loro vero scopo e il loro vero prodotto finale.

Di queste operazioni, il settore dell’industria degli idrocarburi è pieno ma il risultato è sempre controproducente. A frutto di investimenti copiosi, l’immagine delle attività energetiche resta ancora imperniato di diffidenza o – nel migliore dei casi – dalla considerazione che esse siano un male necessario. Ancora peggiore è stato il risultato per il settore tessile e della moda. Dopo il crollo del Rana Plaza di Savar in Bangladesh (2012, 1500 morti), per le case è stato impossibile sostenere di avere migliorato le condizioni sociali delle aree più povere del pianeta.

Com’è allora possibile svolgere un sano lavoro di responsabilità sociale in caso di settori così sollecitati dalle pressioni di gruppi d’opinione? Una possibile risposta viene dal lavoro di Unicef e Norway Global Fund che sono riuscite a fare cooperare 15 multinazionali al fine di cancellare la piaga del lavoro minorile e di altre forme di povertà legate al settore moda. Si tratta di una partnership che può spendere la credibilità di due istituzioni di rilievo internazionale, una sociale e l’altra economica. In secondo, questa punta a creare un sistema di valori condivisi fra l’intera industria (nel nostro caso nella produzione di capi d’abbigliamento), stabilendo un cambiamento di rotta che, si spera, non possa portare vantaggi economici a chi si chiama fuori.

È allora chiaro che – in questi casi – la responsabilità sociale mostra tutto il suo potenziale quando si muove sotto lo stimolo delle istituzioni indipendenti e della politica partecipata, moltiplicando la sua efficacia.

Red Point Team

explore more news