La Responsabilità ai tempi di Cambridge Analytica.

Dallo scorso 17 marzo, Cambridge Analytica è diventata la società di consulenza politica più nota a livello mondiale. Se nessuno di noi avesse aperto un giornale o ascoltato un notiziario in questi venti giorni, l’azienda londinese dovrebbe essere ben contenta dello spazio media gratuito così guadagnato. La considerazione banale – ma proprio perché banale dovrebbe essere ricordata seriamente – è che sono ormai finiti i tempi de «L’importante è che se ne parli», che per anni è stato il concetto guida di una pianificazione di comunicazione. Il mix fra il più alto grado d’istruzione dei cittadini e la loro minore passività nelle azioni di consumo sono le cause che hanno determinato questo effetto. L’aspetto peculiare dal lato societario è la stesura di documenti incentrati sulla CSR (corporate social responsibility) in aggiunta alle consuete relazioni finanziarie. Detta in maniera banale, un cittadino consapevole sa che l’acquisto di un prodotto non è solo l’entrare in possesso di un oggetto, ma anche il dare la propria approvazione sull’intero processo produttivo, sulle politiche in materia di diritto al lavoro, sull’impatto ambientale e così via, e vuole vederci chiaro. L’atto di acquisto è l’equivalente economico dell’espressione di un voto politico.
Cosa c’entra questo discorso con Cambridge Analytica? C’entra perché lo scandaloche con la società di Londra ha risucchiato Facebook, ricorda come più della poca trasparenza nelle operazioni di gestione dei dati personali è la sostanziale differenza fra il posizionamento in ambito di responsabilità e l’effettiva prassi ad avere portato a un crollo dell’azienda californiana in borsa. In un certo senso, un’azienda senza un’importante politica in materia di CSR avrebbe avuto molto meno da perdere in un contesto simile.
Cosa che si può pure fare – il non avere una posizione netta in tema di responsabilità – ma scapito della propria riconoscibilità. Sono soggetti e società da cui non ci aspettiamo niente di particolare a poter accettare ancora una “cattiva pubblicità”, per poter sfruttare la sovraesposizione media così ottenuta, e spesso gratuita. Ma è chiaro che le società che gestiscono i nostri dati per loro natura non possono che avere una CSR chiara, definita e che sia un tutt’uno con il loro progetto di sviluppo economico.

Per dirla come l’Uomo Ragno, da grandi poteri derivano grandiresponsabilità; ma maggiore è la responsabilità, minore è illivello di tolleranza che i clienti offrono alle società: ne sannoqualcosa le ONG, ad esempio.

Forse la trasparenza che garantiscono oggi gli operatori di mercato è il massimo considerando l’elevata complessità di dati con cui hanno a che fare queste aziende vitali per l’economia tutta. Non è solo Zuckerberg ad avere creato Facebook: il mercato hadato il suo consenso a determinate politiche di gestione dei dati personali per profilare al meglio le offerte di prodotti; di più, ha proprio decretato il successo di Facebook perché dà alle società il loro sogno nel cassetto. Quello che manca in alcuni operatori e nelle istituzioni è la cognizione del valore reale che ha il patto di responsabilità sociale fra utenti e aziende.

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